Perché scrivo in inglese

Alcuni di voi mi hanno chiesto perché ho scelto l’inglese come lingua per il mio blog e devo dire che è una bella domanda.

Partirò da una citazione attribuita a Carlo Magno che amo particolarmente:

Parlare un’altra lingua è possedere un’altra anima

Carlo Magno

Mi sono resa conto di questa verità molto presto nella mia vita, quando ho avuto i primi contatti con il mondo anglofono. Per qualche misteriosa ragione, ogni volta che mi trovavo a parlare inglese mi sentivo un’altra persona, e questo sentimento si è intensificato con il passare degli anni.

Mi colpisce sempre notare come le stesse persone cambino voce quando parlano un’altra lingua. Molti, come me, confidano addirittura di sentirsi un’altra persona.

Ci troviamo forse di fronte a uno sdoppiamento (o triplicamento o quadrupilicamento, nel mio caso) di personalità? Può darsi.

Molti di coloro che sono bilingui fin dalla nascita, confessano di provare sensazioni diverse e collegare emozioni e percezioni diverse alle due lingue dei genitori, e vari studi lo confermano.

Ma lo stesso vale anche per coloro che apprendono altre lingue in adolescenza o età adulta.

Nel mio caso, parlare altre lingue mi ha aperto la mente e gli orizzonti. Si può davvero dire che mi ha regalato non soltanto nuove prospettive, ma nuove anime.

È una sensazione assai difficile da esprimere a parole, ma sono sicura che molti di voi ci si ritroveranno.

Ma cosa significa, mi direte voi, che le lingue mi hanno aperto gli orizzonti?

Innanzitutto, mi hanno portato a conoscere tante persone, che se non fosse stato per una lingua comune, non avrei mai conosciuto. L’inglese, in particolare per me, ha significato un’apertura a nuove culture, nuovi stili di vita che prima, nella mia “bolla” di confortevole e familiare italianità, mai avrei immaginato.

La mia passione per le lingue, ha anche forgiato e cambiato radicalmente il mio carattere: mi ha dato curiosità, audacia e flessibilità.

Se penso a tutte le persone con cui ho attaccato bottone e intavolato una conversazione, per fini puramente linguistici mi stupisco di me stessa.

Ripenso a quando, al liceo, andavo, da sola al British Institute di Firenze, il giovedì pomeriggio, per il tè, un evento settimanale a cui partecipavano le persone tra le più varie: gli expat anglofoni ormai naturalizzati fiorentini, o semplicemente stranieri di passaggio. Per lo più gente di una certa età. Eppure io ero sempre lì, il più delle volte da sola (era difficile convincere i miei amici a seguirmi in questa apparente follia) e, comodamente seduta su raffinati divanetti con una vista mozzafiato sui Lungarni, parlavo per ore con chi di volta in volta si presentava, sorseggiando English Breakfast Tea, accompagnato da zuccherosissime e irresistibili torte.

Oppure quando ho iniziato a studiare portoghese e, mentre ero in Erasmus a Bruxelles, ogni domenica andavo in un bar dove si tenevano dei “tavoli di conversazione”, per fare pratica delle varie lingue con dei parlanti nativi. E una volta, mi sono trovata a un tavolo con 3 uomini portoghesi di una certa età, con cui non avevo assolutamente niente a che fare, per il puro interesse di parlare e ascoltare la lingua. La cosa strana è che ripensando a quella situazione, mi sono meravigliata di me stessa e di come mi sentissi perfettamente a mio agio, assolutamente nel mio posto.

Parlare altre lingue non smette di arricchirmi anche emotivamente, perché non è semplicemente tradurre il pensiero in un altro idioma, ma raffrontarsi con un altro modo di pensare e cercare di ripercorrere il labirinto dei pensieri altrui.

Non mi spingerò a dire che la lingua influenza il pensiero, come sosteneva il linguista americano Benjamin Whorf, ma riconosco una grande e valida intuizione nella sua teoria.

Se non avessi studiato inglese, non avrei mai percepito così nitidamente la distinzione tra house e home (ho scritto un articolo al riguardo) e se non conoscessi la lingua portoghese e non fossi stata in Portogallo, mai avrei vissuto sulla mia pelle cosa significa la saudades (scriverò presto un articolo sulle parole intraducibili).

Ma venendo al motivo per cui ho deciso di scrivere questo blog in inglese, ci sono varie ragioni:

  1. Il consiglio di iniziare un blog nostro ci è stato dato qui alla Leeds Beckett University, quindi mi sembrava sensato scrivere in una lingua che fosse accessibile al contesto in cui mi trovo e, in generale, a un pubblico più ampio (tutti parlano inglese oggigiorno, o sbaglio? Forse sì…)
  2. Fino all’anno scorso, quando ho iniziato il master (MIC) a Groningen, non avevo mai scritto in inglese articoli o pensieri complessi, quindi questo è un banco di prova per me per vedere come me la cavo a scrivere le mie personali riflessioni in una lingua che non è la mia (devo dire che mi viene piuttosto naturale, e ne sono piacevolmente sorpresa).
  3. Voglio testare attraverso la scrittura creativa in un’altra lingua, quanto lo scritto differisca dal parlato e scoprire nuove parti di me attraverso questo nuovo esercizio.

Forse, non escludo che alternerò le due lingue (o forse aggiungerò anche le altre), ogni tanto.

Per ora è tutto. Spero che vi piacerà seguirmi in questo viaggio.

Eleonora

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2 thoughts on “Perché scrivo in inglese

  1. Nora, once again I have read your beautiful words and felt like I am standing right beside you hearing you speak. Thank you for sharing this with me, us and the world. Before you get too impressed, my computer translated this into English for me haha – one day I will try to read this in full Italian and try to understand it hehe.
    Love you lots xo ❤

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    1. Grazie Mem, it means a lot! I am sure we’re going to have a full conversation in Italian very soon. Love, Eleonora

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